

36. Le critiche all'interpretazione di De Felice.

Da: Italia contemporanea, ventiseiesimo, n. 119, aprile-giugno,
1975; N. Tranfaglia, Le principali interpretrazioni del fascismo,
in Il materiale e l'immaginario, ottavo, tomo primo, Loescher,
Torino, 1985.

Il dibattito storico-politico sul fascismo  stato recentemente
ravvivato dallo studioso italiano Renzo De Felice; le sue numerose
pubblicazioni, tra cui una monumentale biografia di Mussolini, e
soprattutto la sua tesi secondo la quale il fascismo ebbe
innegabili contenuti rivoluzionari di origine piccolo-borghese
(vedi lettura 35), hanno infatti sollevato discussioni e polemiche
che hanno favorito ulteriori approfondimenti storiografici su
tutto il periodo della storia italiana dall'avvento del fascismo
alla fine della seconda guerra mondiale. Riportiamo qui di seguito
un passo tratto dalla dura risposta alle interpretazioni
defeliciane da parte dell'Istituto nazionale per la storia del
movimento di liberazione, e una puntuale critica espressa dallo
storico Nicola Tranfaglia.


Il sostanziale qualunquismo storiografico di questo modo di
affrontare la storia del fascismo, valutata fra l'altro a chili o
quintali di carta stampata, emerge anche dall'eclettismo con cui
sono di volta in volta accettati i contributi di studiosi di
diversa provenienza, non per animare una dialettica interna o un
dibattito storiografico, ma per confermare il rifiuto di ogni
valutazione, per evitare una scelta precisa, cos da affermare che
una interpretazione vale l'altra, che ogni ricostruzione 
fungibile rispetto ad un'altra, che quindi non essendocene una
migliore di un'altra tutte sono buone o meno buone, ma tutte sono
uguali e di pari validit, e comunque degne di coesistere.
Fare la storia senza prendere posizione, riferire diverse ipotesi
interpretative per negarle tutte, senza peraltro riuscire ad
esprimerne una propria, ecco il falso modo di problematizzare
tipico di questa storiografia. Porre tutte le tesi sullo stesso
piano, livellare tutte le forze politiche e sociali - la
burocrazia, la diplomazia, le forze economiche, il partito
fascista - quasi che tra di esse non vi fosse una differenza
qualitativa di peso specifico, ecco un altro dei canoni
metodologici della storiografia afascista, esemplarmente
rappresentata dalla biografia mussoliniana del De Felice e dalla
rivista Storia contemporanea, che proprio per le sue
caratteristiche promette di offrire larga copertura al mimetismo
culturale e all'opportunismo accademico delle peggiori tradizioni
intellettuali italiane. [...].
Il centrismo storiografico, ecco la vocazione politico-culturale
di questa storiografia che pone quindi al centro delle proprie
preoccupazioni l'esigenza di ricuperare le classi medie ad una
politica di juste-milieu [giusto mezzo] democratico. .
Ora nessuno certo oserebbe negare l'importanza di sottrarre ancora
una volta i ceti medi all'abbraccio del fascismo, anche a non
condividere le simpatie della storiografia defeliciana per il
nazionalfascismo, ossia per l'interpretazione del fascismo data
cinquant'anni fa da Luigi Salvatorelli, che tendeva a fare dei
ceti medi e piccolo-borghesi non la massa di manovra, ma i
protagonisti del fascismo. Una interpretazione che conserva
tuttora una sua precisa validit non gi per la identificazione in
essa implicita tra fascismo e piccola borghesia, ma per il fatto
di avere precocemente messo in luce l'importanza della componente
nazionalista e piccolo-borghese nel fenomeno del fascismo. Ci
nonostante sorgono alcuni dubbi: un certo tipo di ricostruzione e
di interpretazione del fascismo non serve proprio a sollecitare
quella identificazione dei ceti medi con il fascismo e con
Mussolini piccolo-borghese che si dice di voler prevenire? Il
qualunquismo culturale e storiografico, che inevitabilmente deriva
da certe posizioni e dal rifiuto di esprimere giudizi, non finisce
per alimentare ulteriormente certe nostalgie d'ordine, la cui
matrice pu facilmente essere individuata da uno storico del
fascismo? Teorizzare l'esistenza di una terza forza non porta ad
un'analisi riduttiva della realt politica, economica e sociale? E
una simile analisi non impedisce di evidenziare tutte le
componenti del fascismo e le minacce da quelle portate alle
istituzioni democratiche, che anche la storiografia dovrebbe
difendere trasmettendo i valori dell'antifascismo e della
Resistenza come vitale patrimonio politico e culturale e curando
un'esatta ricostruzione del processo attraverso il quale gi una
volta il fascismo  riuscito ad affermarsi nella societ italiana?
.
Ma  appunto qui che il centrismo storiografico mostra la corda:
il presentare il fascismo come forza autonoma, indipendente da
ogni altro condizionamento politico, economico e sociale  pura
astrazione. Che il fascismo abbia avuto all'interno della societ
italiana i suoi momenti di autonomia nessuno potr negarlo proprio
perch va respinto ogni rozzo meccanicismo che veda in ogni atto
del potere politico la longa manus del grande capitale. Il
discorso non  questo:  un discorso di grandi linee e di lunga
durata e sotto questo profilo avere ben chiari quali sono i
fattori portanti di un certo tipo di sviluppo politico ed
economico  la premessa fondamentale per costruire qualsiasi
interpretazione del fascismo. Lo sbriciolamento di questo discorso
nell'episodica, in una parcellizzazione di fatti comuni e spesso
contraddittori non serve a dare nessuna prospettiva, a meno che
non si miri a confondere ad arte le carte e i lettori. Lo stesso
va detto per ogni studio settoriale che isoli l'angolatura
specifica e specialistica di un ambito limitato da una
problematica e da una interpretazione generale, nel presupposto
(inesistente) che i documenti, che i fatti parlino da s, che  un
modo neppure tanto elegante di sottrarsi al compito dello storico
perch i fatti, i documenti parlano come li fa parlare lo storico.
E lo storico che rifiutasse l'analisi delle fonti abdicherebbe al
proprio compito e al proprio lavoro e accetterebbe il ruolo, n
pi n meno, del passivo collezionista di documenti. Di qui
l'esigenza di ristabilire nel lavoro storico, e massime nella
storiografia del fascismo, un approccio di tipo interpretativo e
problematico che aggredisca le componenti reali della societ
italiana nel loro incontro e nel loro scontro con il fascismo e
che non perda mai di vista, anche nelle analisi settoriali, il
collegamento orizzontale che crea una stretta interdipendenza tra
gli sviluppi politici, economici e sociali.

Le tesi di De Felice hanno suscitato un dibattito interpretativo
ancora aperto, anche se manca fino a oggi un'opera complessiva di
ricostruzione del movimento e del regime fascista che abbia
recepito le nuove ipotesi emerse attraverso la discussione degli
ultimi anni. A De Felice chi scrive ha rivolto le seguenti
obiezioni rimaste fino a oggi senza risposta: a. Il metodo e l'uso
delle fonti appaiono discutibili. Non sembra corretto, dal punto
di vista storico, attribuire un ruolo assorbente al capo del
fascismo e, in ragione di ci, presentare e interpretare decisioni
e scelte strettamente legate al modo di produzione dominante nel
paese, ai rapporti tra le classi sociali, all'assetto
istituzionale cos come si era stratificato nel periodo liberale,
come effetti a volte parziali a volte totali del temperamento di
Mussolini, dei suoi umori, dei suoi complessi, delle sue paure.
N  chiaro perch De Felice privilegi sempre, senza una
convincente motivazione, le fonti fasciste e trascuri invece
completamente sia le documentazioni costruite ed elaborate durante
il fascismo dall'opposizione sia i risultati di una parte notevole
della storiografia postfascista. b. Corporativismo e politica
economica del regime non sembrano essere, nella loro effettiva
realizzazione, espressione delle esigenze dei ceti medi bens
un'espressione coerente degli interessi della grande borghesia e
del capitale monopolistico con la copertura dell'intervento
statale e di un assistenzialismo demagogico che favorisce i ceti
medi rispetto al proletariato. c. Infine, non si pu parlare come
fa De Felice di un apparato repressivo che perde di peso e di
importanza negli anni Trenta di fronte al crescente consenso della
popolazione, quando tutta la documentazione disponibile fa pensare
piuttosto a un perfezionamento e rafforzamento sempre crescenti
dell'apparato repressivo e a una rassegnazione piuttosto che alla
partecipazione attiva e favorevole delle masse al regime. .
